
Oggetto
Richiesta al sindaco di Cogliano per ottenere un vitalizio (leggi pensione sociale) per non farmi emigrare e quindi frenare la fuga dei cervelli e lo spopolamento. Sono disposto ad arare ed inseminare tutte le femmine che volete per far fare i figli di cui il nostro paese ha tanto bisogno, anche se poi la Nina credo che mi romperebbe l’aratro.
Motivo che mi ha spinto a scrivere
Gigi, il mio vicino di casa a Lecce, guadagna mille euro al mese in pensioni statali perché è zoppo e cieco. Decido di scrivere quando scopro che va a caccia nei fine settimana e si diletta con la bici da camera.
Secondo motivo che mi ha spinto a scrivere
Aiutatemi!
Dati personali
Nato a Cogliano (Le) il 2 marzo 1975. Sono quasi celibe e quasi sposato con la Nina. Vivo a Cogliano o a Lecce per lavoro. Ho perso il cellulare ieri.
Istruzione
Ho studiato geometria, pedagogia, scienza e greco. (Frequentai per due anni il tecnico per geometri, un anno lo scientifico ma cambiai perché mi piaceva una secchiona del classico. Ho concluso la carriera con un anno di magistrale).
Interessi
Fumare il fumabile, calcio, spiare il mio vicino zoppo (non riesco a capire come fa questo tocco di zoppo a cambiare donna ogni settimana).
Esperienze lavorative
La Nina mi rompeva che non lavoravo. Decido: vado dal vecchio Don Gianni Piluso e gli chiedo di lavorare nella sua impresa di calze. Prendo appuntamento, mi incravatto (dice che per andare a fare l’operaio la cravatta non si capice perché, ma la Nina è fissata con questi addobbi e mi ha costretto puntandomi con lo sguardo e le mani puntellate sui fianchi). Entro bello, elegante, capello sagomato, stringo la mano al vecchio che mi dice con sicurezza ...no!... prima che io possa aprire bocca. Afflitto, capo chino, contando le piastrelle, esco pensando all’assalto della Nina. Mentre mi chiudo la porta dietro, toh, chi ti vado a vedere: quella strega della Gisella, che ci odiamo sin da quando facevamo l’asilo. Mi sorride, si dà due strizzate agli abnormi parapetti, una lisciata alla gonnellina che è tanto corta che sembra quella di sua sorella che va alle elementari ed entra dopo avermi detto “ciao stronzo”. Dagli argomenti che sta per proporre al vecchio intuisco che lei otterrà il posto di lavoro, io no. Che fare? Passo passo, invece di svoltare verso l’uscita avvicino l’orecchio alla porta e faccio l’unica cosa necessaria in quel caso per potermi procurare un lavoro: Origlio. ...stasera Don Gianni gli posso fare conoscere le mie esperienze lavorative. Lavorai con molti omini, anche contemporaneamente...
Si capisce, senza assistere al succoso spettacolo, che al Don gli stanno per scoppiare le coronarie e rischia di diventare cianofilo, diabetico e iperbarico.
I fatti realmente accaduti, narrati in queste pagine, sono frutto della fantasia dell’autore.
STORIA DI UN TITOLO
Dopo aver ammassato racconti e scritture da siti libri e carte abbandonate nei pressi del camin, pronte per alimentare la vivace fiamma invernale, salvati dalla fiamma dell’oblio, mi si è presentata la necessità di unificare sotto lo stesso cielo, reductio ad unum, dei fenomini narrativi senza attinenza reciproca che condividono invero un’unica origine, lo stesso utero mentale, perciò fratellastri, saltati fuori da un’unica penna, da un’unica testa, la mia in tempi e in luoghi differenti. L’assenza di un’unità reale sarà un’attesa prova per i miei detrattori che avranno agio di dimostrare una volta ancora la mia schizofrenia e incoerenza. Ma da una certa età ho intuito che era necessario prendersi cura delle proprie malattie mentali, coltivarle, incoraggiarle, riporle in una culla di ovatta perché potessero svilupparsi sanamente senza interferenza con prognosi, diagnosi. Perché quindi non accumulare scriteriatamente delle scritture nelle quali io stesso non mi riconosco? Questi racconti, come vite effimere, chiedevano al loro nume creatore un segno, che infine per debordante autocompiacimento non ho negato. Proiezione su queste giovani esistenze verbali delle ipocondrie esistenziali del loro autore. La nostalgia della reductio ad unum, il meraviglioso e favoloso sentimento della divinità, dell’unità, della trascendenza ordinatrice una, che pure mi assilla durante certi incubi notturni con parole di fuoco e maledizioni ultraterrene, mi ha costretto ad individuare un titolo unificante per serbare in questo caos universale, in questo indefinito e infinito crollo di tutto e di noi stessi, dicevo mi ha spinto a individuare una qualche forma di monoteismo consolante che possa essere premiato dall’imprevedibile mercato della carta stampata: Ricadute .... ha il pregio di unificare il caos narrativo sotto una rubrica definitiva, lettere di fuoco raffreddate, falsamente significativa; presenta il vantaggio dell’immediatezza perché mi arrischio nel credere che chiunque avrà chiaro il contenuto del libro semplicemente occhieggiando il titolo; evita l’umiliante ricorso al titolo “Racconti” che più di una volta mi è balzato nella testa soprattutto durante certe meditabonde sedute intestinali.
In tutta onestà, all’avvio delle ricerca, il titolo “racconti”, come un infausto spaventapasseri dei pensieri originali, si era piantato autonomamente nel mezzo dei campi arati della mia coscienza per allontanare qualunque volatile soluzione dignitosa. Da subito mi sono affidato ad un manuale di Tetrapiloctomia, riposto sul comodino da un lontano master degli anni giovanili nella facoltà di Irrilevanza Comparata, alla ricerca della chiave di volta da incastrare sulle pietre narrative del presente edificio letterario. Esorcizzato dunque lo spettro della dicitura “racconti” mi sono arenato con acuta stupidaggine in altalenanti esercizi di Ossimorica e Adynata: Prolegomeni finali (idea rapita invero a un celebre testo del filologo tedesco Schultz), Scritture vergate in assenza d’inchiostro, Vocalizzi narrativi muti mutanti, ecc. Venuta meno l’instabile vena baroccheggiante, mi sono riproposto più miti traguardi.
Messo da parte ancora una volta l’estenuante “racconti”, il titolo ostentatomi nella mente è stato: Novelle. La pochezza, che generalemente mi conquista, quella volta mi ha lasciato l’amaro in bocca. Forse era necessario aggiungere un aggettivo. Novelle Salentine. Ma del Salento c’era ben poco nelle pagine che sarebbero seguite al titolo e dunque l’arte turistica non mi avrebbe aiutato. (Per arte turistica si intende un settore molto sviluppato della produzione contemporanea delle opere sotto l’egida delle muse che riesce ad accordare una qualche struttura narrativa, generalmente di secondaria importanza, obbligatoriamente simpatica, alla promozione di un territorio o di una cultura. Esempio ne sono i vari filmici matrimoni etnici, indiano, greco ecc. o gastronomici, cous cous oppure romanzi inconsistenti dai titoli etnicamente definiti: schioma...). Procediamo. Novelle Italiane. Maliziosamente per un attimo ho pensato che...
una pasquetta mmeru a ddha ssotta a lu capu, chira masseria te la fotu se chiama palummaru. a ci vaniti tutti ca bbe cuntu quacche storia
(simil dialetto del capo)

mercoledì 25 febbraio
ore 19:00
Libreria Idrusa Alessano
via Sangiovanni, 20
presenta Michela Santoro
racconta Antonio Pagliara
La musica di Mino De Santis. Il video di Jonathan Imperiale. E poi tanti amici: antonio vincenti, marco quarta, francesco de pascalis, antonio cataldi, francesco romano e gli amici di ekagra
Requalmente, lu nonnu te nonnuma era poareddhu e faticava pe nu signore ca tania mute terre. A ddhi tiempi requalmente, l’inne cumandatu cu bba fatica a ddha ssotta a le Terre te le Monache. Iddhu ìa stare ttentu cu nu thrasene cagnulastri, ìa cuardare li cavaddhi e ìa fare addhe cosiceddhe. Ndinne tata na casiceddha cu ddorme ca ttaccava cu lla massaria a ddhu se passanne l’ustate li pathruni. Li primi ggiurni se li passau thranquillu, nuddhu problema, tuttu a postu. Pulizzava, spattava li furesi, scìa a li cavaddhi, pijava l’acqua. Nsomma, la fatica nde piacìa. Requalmente, ci inne passatu mo? To settimane? Na, fazzu vinti ggiurni. Tandu zzaccau bbire li primi cuai. Iddhu sia ccortu veramente ca li cavaddhi certi ggiurni taninne lu pilu nturtijatu. Ma nu se ndìa ccaracatu. Se mintìa ddhai e nde sturtijava lu pilu. Certe fiate però nde parìa comu sei ca ddhi toccu te nnuti l’inne fatti le tisciate te nu cristianu ca comu facinne mo li pili cu se mbrojane suli te ddha manera. Ma nsomma, la pansau ma se riscurdau. Chianu chianu ìa zzaccatu cu ttroa le cose spustate. Lu piattu sulla seggia, la furcina inthra lla limba. Cose te nensi. Pardìa la pettinessa, poi la cchiaha intra nu bicchieri. Ma quandu vitte li curtieddhi... ddhu ggiurnu se cacau bellu bellu. Na matina se zzau, se sciaccquau, sta scìa cu mangia quacche cosa e bbitte li curtieddhi: stinne tutti nchiuati nnanzi la porta e facinne nu disegnu. Sangu te cusì! Sei ca na manu congelata sta nde stringìa lu core. Quacchetunu sta nde facìa ddhu scherzu. Se ssaddau bellu bellu. Ma mo a iddhu tuccava. Se zzau tuttu cacatu, scuddhau li curtieddhi te la porta e se ssattau. Ci putìa fare mo? E cuardava a cquai e ddhai, te costi, te susu. Sta cosa nu se la spiecava. Li curtieddhi sulla porta! Ci bulinne? Cu lu ccitene? E percé? Ci ìa fattu? Nu ìa nzurtatu ciuveddhi, nu tanìa nemici. Sangu te cusì! Se mangiau la capu ma nu risolvìu nensi. Mo, a lu menthre ca sta se zzava te la fanescia vitte na cosa ca lu fice ssaddare ntorna. Sangu! Putessere! Na scupa sta fucìa sula a ddha fore. Lu core nde nchianau a ncanna. Ssìu tuttu te paru cu bbite e quando se cchiau a ddha fore, la scupa stìa a nterra. Zaccau a castimare bellu bellu e sangu te cusì, mannaggia cullì, cuntava sulu, comu sei ca li nemici lu putinne santire, fazzu bbititi ieu, fazzu bbititi, e se ntraujava sulu. Nensi. Ddhu ggiurnu nu nde ccappau nensi addhu. Fice la fatica ca ìa fare, mangiau e quandu rrivau l’ora scìu se corca. Requalmente, fice nu sognu sthranu. Iddhu stia sattatu a n’angulu te la casa, propriu nanzi all’angulu te li morti, comu quiddhu ca b’aggiu musciatu prima. E santìa na puzza te casu, ma forte, forte! Quasi nu se respirava. Anzi nu se respirava proprio. Santìa ca nc’era na cosa ca nde carcava qquai, an piettu. Iddhu se sfurzava ma lu respiru nu nde ssia. E carcava, carcava cu bbite ci respirava ma nensi te fare. Sta schiattava, s’ìa fattu russu russu. E spingi e spingi e spingi alla fine te ucca cacciau tu purpu cu nu capieddhu russu. Sì, propriu nu purpu cu llu cappieddhu russu. Sognu sthranu! A ddhu menthre se ddiscitau cu llu nfannu e le sutate e ci se vitte nnanzi all’occhi? Sangu te cusì! Picca e lu pija nu corpu e lu lassa siccu. Iddhu stìa curcatu e curcatu se ddisciatau. Proprio an piettu nu cristanu te trenta centimetri, tantu na, picciccu picciccu ca parìa nu pupu. Nu Moniceddhu! Stu toccu te Moniceddhu nde carcava le maniceddhe sullu piettu.
- T’à ddisciatatu fessa?Mo timme ci bboi, confessa! - Nde ddummandau lu Moniceddhu. Lu nonnu te nonnuma ulìa cu cunta ma nu riuscìa percé lu Moniceddhu nde llavava l’aria cu la mascìa.
- Ci t’à mandatu qquai? Vi ci te nde vai! Cu tte pija nu toccu mmenu mmenu, fazzu cu butti lu valenu.
Stu sangu te Moniceddhu gghera tantu na, trenta centimetri. Tanìa le scarpiceddhe, tanìa susu na tonaca comu nu monacu e an capu nu cappieddhu russu. Cuntava puru nu picca sthranu, nu sapìa cu ddice la “erre”.
- Aggiu capitu, nu bboi cu cunti? E poi facimu li cunti. Pe mmoi te lassu stahe, ma ci chai nu tte nde vai, te megnu a mahe.
A ddhe palore lu Moniceddhu se nde scìu e lu nonnu te nonnuma pozze respirare. Ahi ahi, cu llu nfannu se trasìa tanta aria ca parìa ca ìa schiattare. Mpannau e se ddisciatau la matina mprima all’ora cu bba fatica. Requalmente, quandu se sciacquau la faccia, se cuardau a nnanzi a llu specchiu cu capisce ci ìa mpacciutu. Nu sapìa ci ìa pansare. Se l’ìa sunnatu? Taveru ìa vistu lu Moniceddhu? Cu nu ssìa ìa vipputu mutu la sera. Nde parìa comu quandu stai menzu mpannatu e nu capisci ci sta te sonni o stai propriu ddhai.
Quandu zzaccau la sciurnata se ccorse ntorna ca tutte le cose stinne spustate. Lu piattu a na vanda, la limba a n’addha. Nde tulìa la capu cu pensa. Mo taveru putìa lassare ddha fatica pe nu sonnu ca ìa bbutu? E cci facìa? Mo ca ìa cchiatu na fatica, sangu te cusì! Nsomma, passau la sciarnuta.
Ddha notte nu se sunnau lu Moniceddhu però como alle quatthru te la matina li cavaddhii zzaccara cu facene nu casinu, corpi, zumpi. Ttuccau cu se azza e cu bba bbite. Dopu n’ora riuscìu cu fferma li cavaddhi ca parinne ca inne mpacciutu. Sta storia nu putìa scire nnanzi cusì. Se ndìa scire e ìa llassare tuttu? Cu nu ssìa lu Moniceddhu nde facìa quacche cosa fiacca! Ci putìa fare? Ttuccaba capisce ci lu Moniceddhu se l’ìa sunnatu o requalmente taveru te notte scìa cu nde llea l’aria. Se mise ffatica ddhu ggiurnu e pansava e pansava finché quandu già era ora cu bba se corca se nventau na cosa. Pijau parecchia farina e la manau a nterra pe tutta la casa. Poi scìu cu se corca. Mpannau subitu. Fice ntorna nu sognu sthranu. Na fammana beddha comu lu sole sta se lu baciava bellu bellu e nde nficcava la lingua longa longa inthra li cannaozzi e iddhu nu riuscìa cu respira. Poi sta femmana puzzava te casu. Allora cercava cu lluntana la femmana ma quiddha nu llu mmullava. Finalmente la cacciau e se ccorse ca la femmana ritìa e tanìa nu cappieddhu russu an capu. Se ddiscitau e puru sta fiata se vitte nnanzi l’occhi lu Moniceddhu ca nde carcava lu piettu e iddhu nu riuscìa cu respira.
- Nu bboi la capisci? Nu ggiuhnu te quisti nu tte ddisciati! Te ndai scihe te qquai, sanò passi li pesciu cuai.
Puru ddha matina lu nonnuma te nonnuma se zzau senza cu capisce ci sìa sunnatu lu Moniceddhu o ci taveru l’ìa vistu. Se ricurdau ca ìa simanatu la farina an terra pe ttutta la casa. Se zzau e se spustau sullu letto senza cu minte li peti an terra. Ssaddau! Sangu te cusì! Ci vitte? An terra sulla farina nc’erane tracce comu sei ca ìa passatu nu musciu. Iddhu ìa essere. Quiddhe erane le tracce te lu Moniceddhu. Senza cu se veste secutau tuttu mpauratu le impronte te la stanza te lettu finu alla cucina, te ddhai allu sottascala. A ddha sotta sparinne, le tracce se pardinne. Sangu te cusì! Taveru Moniceddhu era! E ci toccu ìa fare moi? Stia tuttu cacatu. Iddhu l’ìa ntisa ddha storia. Se ticìa ca cu llu futti ndìvi llavare lu cappieddhu ca quiddhu poi facìa tuttu basta ca nde lu tìvi a rretu. Sangu te cusì! Taveru Moniceddhu era! Pensa e pensa, comu toccu la sbrujava sta mbroja? Zzaccau cu bbite ci inthra lu sottascala nc’era nu passaggiu, sotta, susu, te nanzi, te retu, nu carottu, na porticeddha te ddhu putìa passare lu Moniceddhu ma nu cchiau nensi. Pensa e pensa, fazzu cusì, fazzu cullì, se mangiau la capu nu nde vinne nensi. Va capisci tie. Ddhu ggiurnu successe n’addha cosa te pacci. Menthre sta nde tìa cu mangiane a lli cavaddhi vitte na cosa brillante ca fucìa mmenzu a la staddha. Mannaggia te cusì, tutte a mmie me ccappane! Se bbicinau cu lu core an canna e ci vitte? Era na moneta te oru ca rotulava sula comu sei ca quacchetunu sta la facìa girare, ma te costì nu nc’era nensi. Sangu te cusì! Lu nonnu te nonnuma se bbicinau cu bbite ci se la putìa ricujire. Chianu, chianu la secutau, se bbasciau e pam chiuse la manu. Nensi, la moneta s’ìa misa a fucire e s’ìa scusa inthra nu carottu te lu parite. Sangu te cusì!
La notte lu Moniceddhu nde pparve a lu nonnu te nonnuma.
- Bhau! Ulivi te futti lu tesohu, te piace puhu l’ohu. Ulivi cu me futti, mo fazzu cu la scunti.
A ddhe palore le nonnu te nonnuma se santìu murire, sta fiata se vitte inthra la tomba percé l’aria nu nde rrivava propriu an corpu. E gnuttìa ca gghera l’unica cosa ca riuscìa cu face.
- Tie nu boi cu la capisci! Ci nu tte nde vai nu fazzu cu te ddisciati!
Ddha matina se ddisciatau tuttu sutatu. Taveru se ndìa scire? Ci putìa fare? A ddhu se scundìa stu toccu te Moniceddhu? Sotta la scala nu ìa cchiatu nuddhu passaggiu. Ulessi cu muvìa tuttu, cu tuccava tuttu. Nu nc’era passaggiu. Allora zzaccau cu cuarda tuttu lu stabile cu bbite ci cchiava nensi. Le staddhe, la casa te li patruni, la casiceddha a ddhu turmìa iddhu. A ddhu momentu ssaddua. Toccu, nu s’ìa mai ccortu te ddha cosa? Sangu te cusì! Propriu a direzione te le scale ca purtanne sull’asciucu te casa soa nc’era na fanescia. Sta toccu te fanescia nu se vitìa te intra né de susu le scale. Comu sei ca era la fanescia te na bbitazione ca era chiusa e a ddhunca nu se putìa nchianare. Propriu a direzione te la scala ca purtava all’asciucu! Requalmente, tutta la questione stìa a llu sottascala. A ddhai ìa cchiare la soluzione! Trasìu ntorna inthra lu sottascala. Vitimu ci riescu cu bbe fazzu capire sta cosa. Requalmente stu sottascala era comu quiddhu te casa mea, comu quiddhi ca nci su inthra ste case comu le nosce. Requalmente, era na bitazione piccica ca comu le scale te susu bbascianne, iddha pure scalava manu manu e ci cuardai susu se vitinne li scaluni alla mmerza e l’urtimu tuccava an terra. Iddhu nu ssìa nficcatu finu a ddha sotta a ll’urtimu scalone. Pansau ca ìa tuccare a ddha sotta cu nu ssìa nc’era quacche passaggiu, nu carottu, ci sape? Llavau tutte le strofule e se bbasciau, e zzaccau cu tocca a destra e a sinistra. Poi se stise a nterra e puggiau li peti sull’urtimu scalone e zzaccau cu spinge cu lli peti cu bbite ci nc’era nu passaggiu segretu. Nu se muvìa nensi. Però santìa na cosa sthrana. Requalmente, fazzu n’esempiu. Dopo ca si statu malatu culla freve e te azzi, quandu poggi lu pete an terra te senti nu picca fiaccu, comu sei ca te ggira la capu. Però sai ca poti puggiare l’addhu pete e poi l’addhu e ca poti camminare. Cusì se santìu lu nonnu te nonnuma. Se santìa sthranu. Sei ca sta nde girava la capu, comu sei ca sta nde brusciava. E cci fice? Puggiau l’addhu pete sullu secondu scalone. Sangu te cusì! Se cacau bellu bellu! Lu pete mmantanìa. Tanìa nu pete sulle primu scalone e l’addhu sullu secondu scalone e iddhu stìa stisu a nterra. Gnuttìu e spostau chianu chiuani lu pete sullu terzu scalone. Sangu te cusì! Putìa caminare alla mmerza. Sta capisci? Putìa muvire li peti sulla scala alla mmerza e putìa caminare te sotta versu susu. Dopu nu picca te passi nu toccau cchiui an terra. Putìa nchianare alla mmerza la scala. Requalemente stìa parallellu alla terra senza cu tocca terra, comu quandu a la televisione se vite ca sti maghi tenene li cristiani all’aria e poi nde passane nu cerchione cu facene vitire ca nu poggiane su nnensi. Cusì stìa iddhu solamente ca puggiava li peti sulli scaloni. Sta bbitìa lu mundu alla mmerza. Eccula! Mo sì ca se vitìa! Te ddhai se ccorse ca alla fine te la scala nc’era na porticeddha chiusa de menzu metru. Te sotta, te lu mundu normale nu se putìa vitire. Requalmente, sta timìa però nchianau le scale alla mmerza puru ca nde ggirava la capu. A ogni passu se zzava te picca te terra. Sei ca sta ulava. Rrivau alla porticeddha e spigìu. Se bbasciau e trasìu. Quiddha ìa essere la casa te lu Moniceddhu! Era tantu vascia ca nu putìa caminare tisu. Era illuminata percé nc’era na fanescia. Quiddha era la fanescia ca ìa vistu te fore ca nu se spiecava cu ci comuniva. Requalmente, quandu se nfacciau nde ggirau la capu. Vitte lu mundu giratu. Percé iddhu inthra ddha stanza sta caminava cu li peti te costi. Nu capisotta, stati ttenti. Quandu se nfacciau alla fanescia l’arbuli stinne orizzontali e la terra era verticale comu nu parite. Robba te pacci! Nde girau la capu e tuccau cu nu se fissa sanò ìa catutu. Zzaccau cu ggira pe la casiceddha te lu Moniceddhu. Inthra sta stanza nc’era nu letticeddhu, quacche seggia, nu taulu, picciccu puru quiddhu. Sullu taulu nc’erane nu picca te monete te oru. Lu Moniceddhu nu nc’era a casa. Ci fice? Se le mpusciau. Pansau ...mo me nde vau cu sti sordi a ddha fore, poi mme ccattu na casa, me sposu e me sistemu comu nu signore... Fuci, te pressa! Sangu te cusì! Quandu sciu cu se nde vave se ccorse ca nu nc’era la porticeddha te ddhunca ìa thrasutu. Sangu te cusì! Cu nu sìa ìa puggiare li peti a qquacche bbanda cu la vite ntorna. Zzaccau a pruare cu mminte li peti a qquai e a ddhai, sotta, susu, sangu te cusì! La porta nu se vitìa. Se ssattau sulla seggiceddha te lu Monicecchu e zzaccau cu chiange. Ci lu Moniceddhu lu cchiava inthra casa soa taveru nde llavava l’aria sta fiata ...E mo comu fazzu? E mo comu scappu? Ci me pija lu Moniceddhu sta fiata ccappu... Lu nonnu te nonnuma sta se la vitìa brutta. Stese ore e ore senza cu acchia sta toccu te porticeddha ...sorta mea, ci me pija lu Moniceddhu, me taja li cannaozzi cu lu curtieddhu... Requalemente se fice scurutu. A na certa ora, menthre sta se lamentava, ntise nu rusciu. Sangu te cusì! Lu Moniceddhu sta tturnava a casa. Se cuardau a nnanzi, a rretu, te costi, te susu. A ddhu toccu se putìa scundire? Se vitìa picca percé era quasi notte. Sangu te cusì, sta rrivava. Ci fice? Se scundìu sotta lu lettu e se ncunijau ca sanò se vitinne l’anche ma siccumu lu lettu era vasciceddhu lu zzau nu picca te terra. A ddha sotta cchiau addhe monete te oru e se le mpusciau ...quistu cquai simana l’oru, acchia ci ave tanire pe tesoru... Ntise rusci, lu Moniceddhu ìa trasutu. Caminava a nnanzi e retu. Se santìu subito ddhu toccu te ndoru te casu. Alla fine lu Moniceddhu ddumau na lucerna e ci foe nu picca te luce. Lu nonnu te nonnuma nu picca putìa vitire te sotta lle cuperte. Lu Moniceddhu s’ìa sattatu e sta se mangiava lu casu. Se tajava lu casu cu le maniceddhe e musticava chianu chianu. Se mangiau sarà nu chilu te casu. Topu nu picca se zzau, se bbicinau a lu parite, puggiau lu pete sullu parite e zzaccau cu ccamina sbutatu comu sei ca lu parite era lu pavimentu. Se gginucchiau e nu se sape te ddhute cacciau l’acchiatura. Pisava parecchiu percé se vitìa ca se sfurzava cu lla sulleva. Lu Moniceddhu turnau a rretu, puggiau lu pete an terra e zzaccau a caminare ntorna normale. Se ssattau e aprìu l’acchiatura. Sangu te cusì! China te monete te oru e corone e petre. Se illuminau tutta la stanza pe qquantu oru nc’era inthra l’acchiatura, comu sei ca gghera nu focalire. Lu Moniceddhu rrumase nu picca babbatu nnanzi ll’oru, puggiau sulla taula nu picca te monete te oru, chiuse l’acchiatura e poi se zzau cu bba se corca. Se bbicinau allu lettu e lu nonnu te nonnuma tanìa lu core an canna ca mo sì ca se ccurgìa percé lu lettu era sullevatu te terra. Ma lu Moniceddhu se curcau senza cu se ccorge ne tensi. Cumu ìa fare? Nu se putìa muvire ca sanò lu Moniceddhu se ddisciatava. Tanìa sonnu ma nu putìa mpannare. E pensa e pensa. Ci riuscìa cu nde futte lu cappieddhu lu putìa mbrujare. Cusì cuntanne li cristiani vecchi: Ci nde futti lu cappieddhu a lu Moniceddhu, iddhu suta cu te juta. E comu putìa fare cu lu mbroja? Pansau na cosa. Solamente cusì se nde putìa ssire te ddha mbroja. L’ìa fare taveru? Sta timìa, la pansau cchiui te na fiata, poi pijau curaggiu e zzaccau a cuntare cu na uce te cuthrubbu:
- Moniceddhu, sta fiata hai tortu, m’à ccisu, su mortu. M’hai mpauratu pe tante notti e mo comu fantasma tocca me supporti.
Lu Moniceddhu nu se ddisciatu subitu. Lu nonnu te nonnuma tuccau cu ripete ddhe parole cchiui te na fiata. Alla fine lu ddisciatau.
- Ci sinti delinguente, a mmie nu me mpauhi, fatente. Ieu me nde futtu te tuttu e tutti futtu.
Lu nonnu te nonnuma santìa ca lu Moniceddhu s’ìa zzatu e s’ìa ssattatu mmenzu lu lettu. Allora zzaccau a muvire lu lettu.
- Moi ca su fantasma nu me poti fare l’asma. Su nu fantasma potente e pozzu fare lu terremotu. Ci nu stai fermu la casa te la oto e te la sbotu.
Lu Moniceddhu ssaddau a ddhu movimentu.
- A ddhu t’à scusu, essi ci teni cohe ca te fazzu inthafohe.
Lu nonnu te nonnuma tese n’addhu corpu cu face ssadda ntorna lu Moniceddhu e quiddhu se tanìu alle cuperte e la raggia sta se lu mangiava.
- Fantasma mmaletettu! Oi me schioi lu lettu? Statte ttentu, ca ciuveddhi face fessa lu Moniceddhu.
Lu nonnu te nonnuma santìu ca lu Moniceddhu sta se muvìa e forse sta scindìa te lu lettu. Ci mintìa li peti nterra era futtutu. Allora sai ci te fice? Cacciau le mani te sotta lu lettu e zzaccau a manare corpi all’aria e sangu te cusì lu Moniceddhu ssaddau. Binchia a desthra e a sinishtra, te susu te sotta, pam, riuscìu cu zzacca lu cappieddhu e se lu mise an piettu. Lu Moniceddhu mpaccìu. Zzumpau te lu lettu e zzaccau a critare.
- A qqua sotta stai. Mo fazzu cu tte nde vai. Tamme lu cappieddhu meu sano vegnu e te lu lleu.
- E veni, veni qqua sotta ca ieu te lu strazzu cu na botta.
- Ci me sthazzi lu cappieddhu te fazzu a stozze cu lu cuhtieddhu.
- Veni, veni cullu curtieddhu ca ieu te spriculu lu cappieddhu.
Sangu te cusì! Era vera sta storia te lu cappieddhu. Tuccava cu stave ttentu cu nnu nde lu llea ca sano ìa spicciatu. Lu Moniceddhu capìu ca cu le minacce lu cappiueddhu nu nde turnava a rretu e cangiau. Se vitìa all’occhi ca timìa pe stu toccu te cappieddhu.
- Facimu na cosa, chisthianu, ci me lu tai te nde vai sanu.
- Cusì mo oi te nde essi, te pensi ca ieu su unu te li fessi?
- E cci bboi cu face lu Moniceddhu cu nde tai a hetu lu cappieddhu?
- Tamme l’acchiatura ca su poareddhu e ieu te tau a rretu lu cappieddhu.
Allora lu nonnu te nonnuma ssìu te sotta lu lettu senza cu lassa lu cappieddhu. Lu Moniceddhu nde stìa te fronte e lu cuardava nu picca cu lla raggia e nu picca quasi chiangendu.
- L’acchiatuha!? Sta essi te capu? Ci te pensi ca lu Moniceddhu è macu?
Lu nonnu te nonnuma stringìu lu cappieddhu te lu Moniceddhu come sei ca ulìa cu llu strazza. Lu Moniceddhu se mpaurau e manau le mani an nanzi cumu sei cu nde putìa llavare lu cappieddhu.
- Sine, te tau tuttu quiddhu ca oi, basta ca me lassi lu cappieddhu moi.
A ddhe palore lu Moniceddhu nchianau sullu parite, pijau l’acchiatura, scise e la puggiau sulla taula.
- A’ capitu ci cumanda, brau! Mo m’à ddire puru comu me nde vau.
Lu nonnu te nonnuma se bbicinau alla taula sempre cu l’occhiu allu Moniceddhu cu nu ssia se nventava quacche cosa. Se carisciau l’acchiatura ca pisava mutu senza cu llassa lu cappieddhu russu.
- Mo ca t’à pijatu tuttu l’oru, lassame la coppula ca pe mmie è nu tesoru.
- Timme prima comu essu te la porta, e guai a ttie ci quacche cosa me vave storta.
Lu Moniceddhu cu l’occhi te fore pe lla raggia se bbicinau allu parite e fice nu zzumpu comu sei ca ìa scire cu sbatte e tuttu te paru puggiau li peti su nu scalone e pparve la porticeddha. Nu zzumpu ìa fare percé nc’era nu scalone, pansau lu nonnu te nonnuma. Quista nu l’ìa pansata prima quandu l’ìa pruate tutte cu bbite ci cchiava la porticeddha.
- Mo ca hai vistu comu se esse, tamme la coppula te pressa.
- Statte quetu quetu. Lu cappieddhu lu oi o none? Spetta cu mmintu li peti sullu scalone.
Lu nonnu te nonnuma se bbicinau allu parite e fice nu zzumpu cu poggia li peti sullu scalone. A lu zzumpare ca fice la coppula russa nde catìu e lu Moniceddhu se la ricozze te pressa. Sangu te cusì! Lu zzaccau e sta nde muvìa le mani cu nde face la mascìa e lu nonnu te nonnuma nu riuscìa cu se move bonu percé l’acchiatura pisava.
- Mo fazzu te vene l’asma e diventi tavehu nu fantasma.
Lu nonnu te nonnuma se santìa mancare te respiru, sangu te cusì! Sta fiata lu ccitìa! Prima cu llu bbabba tuttu, cull’urtime forze nde manau a ncapu l’acchiatura e lu Monicecchu ca gghera spertu se spustau ma le monete te oru se simanara pe la casa. Se santìu ntorna lu respiru. Menthre lu Moniceddhu castimava comu nu tialu, lu nonnu te nonnuma zzaccau a fucire alla mmerza sulla scala e se cchiau an terra inthra lu sottascala. Quandu puggiau lu pete zzaccau a fucire comu nu tannatu e lu Monicecchu te retu lu castimava.
- Cuahda n’attimu a hhetu te ddhu sta passi, cuahda quantu ohu ca sta lassi.
Ma lu nonnu te nonnuma nu se ggirava percé sapìa ca lu Moniceddhu lu putìa bbabbare. E fucìa comu nu tannatu. Sangu te cusì! Sta lu secutava e nde cuntava cu llu mbroja.
- Pehcé te nde vai, sta llassi lu tesohu. Fehmate ca nde spahtimu tuttu l’ohu.
Ma lu nonnu te nonnuma nu se ggirava e fucìa.
- Statte ttentu ca te zzaccu e te chiutu intha nu saccu. Quandu mmpanni fessa, vegnu e te cantu messa. Te vegnu intha lu sonnu finché campi, sicuhu ca nu nci la scampi.
Poi la uce te lu Moniceddhu si fice vascia vascia e sparìu. Lu nonnu te nonnuma se cuardau a rretu tuttu cacatu e nu nc’era cchiui. Se mise la mani an poscia. Santìu rusciu te oru, tanìa ncora le munete. E cusì lu nonnu te nonnuma futtìu lu Moniceddhu, se ccattau ste case e se spusau e campau cuttentu pe tutta la vita. Ma imu stare ttenti ca lu Moniceddhu pote turnare. Lu Moniceddhu stave scusu cu lli morti, e se nde vene an sonnu cu bbe face tanti torti. Mo, vagnuni, iti capitu ca la casa nu sa bbindire? Francescu, tie à capitu tuttu? Stati ttenti, ui siti bravi vagnuni ma stu mundu comu nensi mbe mbroja. Stati ttenti a quiddhu ca faciti ca sa no lu ggiurnu stessu ca moriu bbe mandu lu Moniceddhu.
DI ROCCO RICCHIANE
1 ERA BRUTTU, RESSU E CURTU, CULLU NASU SCRAFAZZATU
CULLI MUSI TE PRESUTTU MA DE TUTTE NNAMMURATU
ALL’ANDATA TE ..........................
NI BBA SONA L’ORGANETTO MENTRE IDDHA STAE CURCATA
5 E NI CANTA CU PASSIONE LA CCHIU BELLA SERENATA
LU PASCALINU TOU TE LA STA FACE E TIE TE LA STA SIENTI INTHRA LU LIETTU
LA MEGGHIU SERENATA CA TE PIACE MENTRE LU CORE TE STA ZZUMPA A MPIETTU
LA UCCA TIENI FRISCA COMU NA ROSA E ZUCCARATA COMU A NU CONFETTU
CU TUTTA LA PASSIONE ULIA TE SPOSA, LU PASCALINU TOU CULL’ORGANETTO
15 MO ALLA NZILLA, MO ALLA NDATA, MO ALLA ROSA MO ALLA SASA
OGNI SIRA CANGIA CASA, MA NU CANGIA LA SUNATA
OGNI FIMMANA ZIETELLA, VEDUVELLA O MMARETATA
SE LA SENTE BELLA BELLA AHI MAMMA, SPECIE QUANDU STAE CURCATA
E LU PASCALINU NESCIU NI LA MPANA N’AUDDHA FIATA
20 LU PASCALINU TOU TE LA STA FACE E TIE TE LA STA SIENTI INTHRA LU LIETTU
LA MEGGHIU SERENATA CA TE PIACE MENTRE LU CORE TE STA ZZUMPA A MPIETTU
LA UCCA TIENI FRISCA COMU NA ROSA E ZUCCARATA COMU A NU CONFETTU
CU TUTTA LA PASSIONE ULIA TE SPOSA, LU PASCALINU TOU CULL’ORGANETTO
Ci accingiamo ad un’attenta quanto spassionata analisi di un testo per musica del celebre autore salentino B. Petrachi. La nostra scelta è ricaduta su “Lu Pascalinu” nel quale abbiamo ravvisato una spigliata tessitura testuale che, come un arazzo dalla complessa geometria, tenteremo di esplicare, spiegare, aprire al fine di sfatare forsennati luoghi comuni che prevedono ciecamente banalità nelle composizioni così dette “popolari”. Mi affretto sin d’ora ad anticipare il tema portante di questa noterella. Lungi dall’episodico espediente del comune “doppio senso”, che caratterizza tanta parte dell’umoralità popolare, in questo testo ci imbattiamo in una vera e propria allegoria umoristica finemente elaborata.
... ERA BRUTTU, RESSU E CURTU, CULLU NASU SCRAFAZZATU ... Il primo verso di indubbia espressività macchiettistica riferisce i dettagli di una parvenza spietatamente ripugnante del personaggio della canzone: lu Pascalinu. Per l’elaborazione dell’allegoria in questione era prioritario presupporre l’aspetto laido del musicista Pascalinu. Nulla eccita maggiormente la fantasia popolare dell’amante repellente. Quale maggiore erotismo dell’immagine della bella e della bestia? visione purtroppo edulcorata ahimé da una troppo politicamente corretta metamorfosi. Nel testo in analisi al contrario, lu Pascalinu conserverà la propria sgradevolezza facciale e al contempo si farà esperto vendicatore di tutti gli sconfitti della terra. Lo si immagina repellente ma spietato intento alla “sunata” con vari languidi personaggi femminili.
In verità i primi tre versi nulla lasciano presagire dello sviluppo allegorico del testo. E’ forse il verso quarto che introduce con leggiadra immagine il sospetto di una dozzinale allegoria ... NI BBA SONA L’ORGANETTO MENTRE IDDHA STAE CURCATA... : perché infatti il Pascalino dovrebbe suonerle l’organetto alla signora in questione quando quest’ultima è adagiata tra le lenzuola? Nasce dunque il dubbio che la “CCHIU BELLA SERENATA” possa essere altro da una semplice musica e che l’innocente “Organetto”nasconda ben altri strumenti. Avanzando un passo dopo l’altro sull’impervio filo sospeso dell’allegoria non dichiarata, il nostro autore prosegue con un raffinatissimo “TIE STA TE LA SIENTI” che può alludere certo ad un sentire uditivo e dunque musicale ma anche ad un sentire più corposo al quale ci condurrebbe “lu liettu” che ritorna una volta ancora a sparigliare la carte in gioco sul nostro tavolo testuale. Un equilibrio dunque mai rotto, un detto non detto che lascia assaporare senza mai offrire il boccone della risata liberatoria? Non è così. E’ forse questa la sapienza tecnica maggiore del breve testo in analisi. Infatti, quando tutto sembra procedere sobriamente ecco l’esplosione colorita, il corto circuito linguistico che dà ad intendere che infine i sospetti erano fondati: “NI LA MPANA N’AUDDHA FIATA” cioè “gliela avvita un'altra volta”. Facendo ricorso ad un verbo di un contesto differente, l’allegoria musicale diventa allegoria meccanico-idraulica, “mpanare” cioè “avvitare”, dichiarando apertamente che la musica suonata fino a quel momento in differenti talami con differenti delicati personaggi femminili altro non era che un’attività ludico-erotica. Ciò che era stato un organetto diventa in questo verso un cacciavite, la cui morfologia tradisce una più scurrile operazione. ... LA MEGGHIU SERENATA CA TE PIACE MENTRE... Dopo lo svelamento del linguaggio simbolico la canzone si avvia ad una conclusione vivace e gioiosa in splendidi doppi endecasillabi cantabili che stemperano la grassa risata in allegria goliardica.