Schioma

un romanzo salentino - LUCA PENSA EDITORE
mercoledì, 23 gennaio 2008

LA REGINA DEI GATTI ( prima parte)

regina dei gatti an

Antonio. Non ti ho mai raccontato della comare Tina, quando si innamorò di me? Questa è una storia da non crederci. Vera! Io, Antonio, non racconto balle come dice quell’idiota di mio figlio Nanni. La comare Tina era una bella ragazza, alta, con un petto così, i capelli neri neri. Viveva sola, non si sapeva perché, forse orfana. Quanto mi amava! Aveva perso la testa. Antonio, parliamoci chiaro. Le femmine bisogna godersele il più possibile, l’amore è bello ma non bisogna perderci la testa. Alla fine poi ti sposi pure per fare figli. Povera moglie mia! Che santa donna! Quante corna! Non era bella ma era santa. Mi raccomando Antò, non ti devi sposare con la più bella, la più bella solo per il letto. Per fare famiglia serve una brava ragazza, magari non bellissima. Antonio te la beddha teni na feddha, te la brutta tenila tutta (Della bella tieni una fetta, della brutta tienila tutta). Anche perché il matrimonio non è una cosa che si basa sull’amore, Antò, attenzione! Insomma, quando ero già sposato avevo iniziato a girare intorno alla Tina e gli dicevo le paroline dolci ...che belle guance di pesca che tenete... che lei all’inizio reagiva un po’ brusca ma poi piano piano iniziò a guardarmi con gli occhi lucidi e le labbra socchiuse. Antò, il complimento alla donna glielo devi fare sempre, anche quando sembra selvaggia come la Tina. Era giovinetta lei. Tenerella! Ma come si dice sette su li meju uccuni: carne, pesce e maccarruni, acqua frisca e vinu puru, fimmina beddhra e giovane puru. (Sette sono i bocconi migliori: carne, pesce e maccheroni, acqua fresca e anche vino, donna bella e anche giovane) Eh, Antonio, non ti posso spiegare! Passavo e ripassavo vicino alla finestra della Tina ...buongiorno Tina, come siete bella oggi... Antò, il complimento sempre! La femmina deve essere lavorata con cura piano piano ...Tina, vi ho portato questa bell’uva che ho visto al mercato oggi... E lei mi guardava con gli occhi lucidi e le labbra socchiuse. Con la femmina ci vuole pazienza. Ci nu è osci è crai (Se è non oggi, domani) E se non molla non ti devi arrabbiare, tu continua a lavorare, pazienza Antonio! E con la pazienza la Tina diventò l’amante mia. Una volta stavo passando da quella strada e veramente alla Tina non ci pensavo proprio perché per molti mesi non aveva reagito ai miei tentativi. Già stavo pensando ad altro. Ma appunto la pazienza. Per quei mesi, nella noia della casa, avrà pensato tante volte alle attenzioni che le avevo rivolto e che adesso avevo troncato. Adesso nessuno gli diceva come sei bella, nessuno la faceva sentire regina. Questo fa male, Antò! Infatti, quel giorno fu lei che mi rivolse un po’ timidamente e un po’ bruscamente la parola.

-      Mesciu Cici. Prima mi portavate l’uva, le albicocche. Adesso neanche mi salutate.

-      Mai sia, Tina. Io vi penso sempre. È che in questi giorni ci ho tanti problemi.

-      Lo volete prendere nu bellu caffè?

-      Aspettavo soltanto il vostro invito.

Antò! Una cosa stranissima! Da quel dettaglio avrei dovuto capire tutto. Ma allora non ci pensavo a quelle cose...

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Recensione di Ilaria Tricarico

«Se la schioma sia una malattia o un mitologia non è possibile appurarlo,essa provoca sbadigli, sonnolenza, stanchezza ingovernabile…cronica insofferenza per qualsiasi attività fisica e mentale». La schioma, che dà il titolo al romanzo di Antonio Pagliara (Schioma, Luca Pensa Editore, Cavallino, 2007) è la condizione esistenziale del protagonista, il Nunzio, studente universitario appassionato di letteratura, iscritto alla facoltà di giurisprudenza per imposizione del pater familias. La sua, come quella dei personaggi che gli ruotano attorno, è la storia claustrofobicamente sconclusionata e ossessivamente ripetitiva di un ragazzo che si trascina indolente per gli inverni e le estati – così è scandito infatti il romanzo, facendosi vivere dalle scelte altrui.
La schioma è allo stesso tempo causa e conseguenza della noia del borgo, sonnolente epidemia, forse eredità degli hidalgos spagnoli, che pare investire indistintamente giovani, anziani, piazze, case, ricordi e storie. Nunzio si addormenta nel vagone che lo dovrebbe ricondurre da Lecce a casa, e si risveglia che è già tardi, che è già altrove. Un episodio che è simbolo di una vita in assenza, in dimenticanza, che è quasi sopravvivenza.
Inettitudine consapevole e compiaciuta, giornate scandite da gesti metodici e ripetitivi, la sveglia kitsch che suona invano, il caffè del coinquilino Mino, i monologhi allo specchio – costante appuntamento con se stessi, la lezione saltata per l’ovvio ritardo e per la mancanza di motivazione, l’incontro - casuale - con la poesia e Bodini, lo Sguario, la dimensione pseudo cosmopolita degli studenti Erasmus, il Destino a guidare i passi. Vite che si incrociano, mondi che si sfiorano e si sovrappongono, passato e presente, estate e inverno, il borgo e la città universitaria; sfaccendati di ogni sorta, dagli “anarchi” ai “filosofessa”, agli spavaldi di paese che alimentano la loro schioma con la violenza gratuita o con racconti surreali di imprese amorose al limite della fantascienza. Piccolo racconto nel racconto è lu cuntu de lu Moniceddhu, rigorosamente in vernacolo, esempio dell’antica mascìa del narrare.
Su tutto campeggia l’umorismo amaro, quasi sarcastico, di un narratore straniato e “demente” - come si autodefinisce. Numerosi sono gli “appelli al lettore”, che è così coinvolto nel processo di metascrittura. Lo straniamento è raggiunto anche attraverso una grande varietà di registri e un vero e proprio pastiche linguistico che fa convivere le vette sublimi della poesia e della letteratura con lo slang degli universitari e con neoformazioni a metà tra l’italiano e il dialetto, sul modello di Camilleri o Livio Romano; il dialetto è la lingua della famiglia, della complicità, dell’amicizia, quello dei culacchi e de li cunti, ma anche quello del turpiloquio. La lingua è essa stessa personaggio, metamorfica e surreale al pari degli altri.
La narrazione ha un’impalcatura filmica che procede per inquadrature, dissolvenze, flash back. Frames di cinematografica memoria - come non pensare a Ecce Bombo di Nanni Moretti?, frammenti di poesia e di prosa, versi di canzoni che si amalgamano alla conversazione spicciola e ai cunti di paese.
«Il Nunzio fissò il treno fin quando la notte glielo consentì. Raggiunse il suo bagaglio e vi appoggiò la testa…andiamo nel sonno, andiamo a vedere cosa succede…».
Buona lettura!
 (Paese, gennaio 2008)
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sabato, 12 gennaio 2008

LA NASCITA DEL GIOCOLIERE

la nascita del giocoliere

Mino faceva roteare i coltelli come guidandoli nel volo con lo sguardo. Le mani scandivano i pesi bilanciati dei manici e quel ritmo perfetto avrebbe evitato il rischio di una presa sbagliata. Le lame rimbalzavano sull’abile elasticità delle mani scintillando di pericolosità. Le spalle sciolte, gli occhi ruotano. Il Nunzio sedea silente sulle scale del duomo, contemplando quella giostra aerea. Il gomito sprofondato nel suo bagaglio al suo fianco. Collaborava allo spettacolo con lo stupore discreto degli occhi. Aveva osservato le braccia dell’amico. Le tracce delle cicatrici erano quasi scomparse.

... Prima ti sembra brutto, poi ti passa. Mo che passa qualche settimana non ti sembra niente...

-           Devo iniziare a pensare a qualcosa di più spettacolare per attirare la gente.

-           Questo è bello!

-           Sì, ma non basta! Ho visto un tipo che lo faceva pedalando su una ruota con un sellino a due metri dal suolo. E intanto raccontava barzellette.

Continuava tranquillamente a sospendere i coltelli con la stessa stupefacente ovvietà dei gesti comuni.

La piazza del duomo, distesa come una pianura silenziosa ai raggi lunari, restava inerte senza dare segni di vita e senza lusingarsi per quelle acrobazie circensi. I secoli abituano a tutto, è risaputo. Intorno ombreggiavano pochi gruppetti di studenti che chiacchieravano senza dare nell’occhio, come per non violare quella pacifica assenza. Chiusa fra quattro mura di palazzi, la piazza si apriva con molta parsimonia sotto lo sguardo dei santi di pietra nella stradina del corso per dove qualche coppietta si cazzeggiava la passeggiata...

 

postato da blablaeccecc alle ore 17:42 | link | commenti (1)
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sabato, 05 gennaio 2008

GLI AMANTI CLANDESTINI

ostuni

-           Di dove sei?

-           Sono salentino. E tu?

-           Anche io. Sono di Lecce.

-           E che ci fai qui?

-           Sono venuta con il mio fidanzato ma l’ho perso di vista.

-           Sei fidanzata allora?

-           Sì, perché?

-           Peccato!

-           Perché?

-           Sei carina. Ti inviterei ad uscire.

-           Beh! Che cosa te lo impedisce?

-           Sei fidanzata!

-           Beh, posso uscire con chi mi pare.

-           Bene. E a lui che cosa dirai?

-           Non è detto che lo debba sapere.

-           Comunque anche io sono fidanzato.

-           Peccato.

-           Perché peccato?

-           Perché sei carino.

-           Un tradimento condiviso è meno pesante.

-           Calma. Tu devi essere birichino, signorino. Che prendiamo da bere?

-           Vino. Cameriere! Un litro di vino della casa. Rosso, quasi nero.

-           Inoltre delle patatine e una grigliata mista.

-           Dicevamo?

-           Avevo la vaga sensazione che volessi corteggiarmi.

-           È vero!

-           Prima parlami della tua ragazza.

-           Perché voi donne siete così?

-           Così come?

-           La femminilità altrui vi suscita una curiosità morbosa.

-           Come per voi la lunghezza del pene. Eheheh! Voi siete anche più stupidi in questo.

-           Beccato. Va bene. Amo molto la mia ragazza. È bella. Vivace.

-           Però saresti pronto a tradirla. Non venirmi fuori con le solite cazzate dell’avventura che non fa testo.

-           Se faccio l’amore con un’altra donna, lei diviene più forte e più bella. Da ogni paragone concreto ne esce vincitrice.

-           Dunque l’hai già tradita?

-           No.

-           Non hai usato il periodo ipotetico della possibilità, ma quello della realtà.

-           Perché mi conosco bene e non ho bisogno di ipotizzare la certezza del mio amore.

-           Dimmi altro. Sono curiosa.

-           A volte lei mi fa paura.

-           Perché?

-           È imprevedibile. Voglio dire. Siamo insieme da quasi un anno ma a volte sento di non capire quello che pensa, ciò che prova.

-           Ma forse proprio per questo la ami. Il perderla ti tiene legato a lei.

-           Ci ho pensato. È vero, ma mi fa paura. Non credo che l’amore debba nutrirsi di sentimenti come la paura.

-           Ed è per questo che la tradiresti? 

-           Non ci ho pensato. Forse hai colto nel segno. Ti verso il vino?

-           Sì, grazie. Parlami di dettagli. Amo i dettagli. L’amore si nutre di dettagli.

-           Mi piace il suo modo di voltare la testa, un po’ sbadato. Mi piace quando sorride e senza ragione rivolge gli occhi da un’altra parte. Ecco, mi piace quando ascolta qualcosa di nuovo: resta con la bocca socchiusa. Ancora, mi piace quando dormiamo insieme, ha bisogno di mettermi le mani nei capelli.

-           Ancora. Dimmi altri dettagli.

-           Mi piace quando cammina, è un po’ goffa. Mi piace quando studia perché indossa gli occhiali. Mi piace quando mastica perché tiene la bocca chiusa. Mi piace quando si lava i denti la mattina perché i colori dei suoi spazzolini sono sempre in accordo con la sua biancheria intima.

-           Ancora, ne voglio ancora. Se sei veramente innamorato questo non è sufficiente.

-           Mi piace quando digita sui tasti del computer perché non pensa a me. Mi piace quando cucina e assaggia la salsa di pomodoro con il cucchiaio di legno. Mi piace quando facciamo l’amore perché vuole che la guardi in viso.

-           Dopo tutto questo che hai detto saresti pronto a tradirla?

-           Sì, perché no? Sarebbe come praticare rilassante ginnastica in compagnia di una sconosciuta.

-           Senza nessun coinvolgimento!

-           Esatto. Solo per una notte.

-           Con chi?

-           Con una ragazza sconosciuta. Mai vista prima e che non rivedrò mai più.

-           Come me, per esempio?

-           Sì, per esempio.

 

postato da blablaeccecc alle ore 13:41 | link | commenti
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Chi sono

Utente: blablaeccecc
Nome: blablaeccecc
Una storia d’amore che si perde in un surreale labirinto, un folletto che nella notte ti toglie il respiro, un assassino incomprensibile, uno studente ignavo, una strega innamorata: Sono questi alcuni dei personaggi e delle storie di Schioma che intervengono in un continuo sovrapporsi di digressioni in una narrazione non linerare e sovrabbondante attraverso linguaggi cinematografici, tecnici, dialettali. Ora tenero e malinconico, ora volgare e feroce, il romanzo narra le vicende di due amici, il Nunzio e Mino, che giungeranno alla soglia della maturità per decidere il senso della propria vita. O forse per non decidere e rinviare ancora una volta il momento in cui dovranno immergere le mani nella liscivia bollente. A proposito, Vittorio Bodini e Vinicio Capossela sono i due numi tutelari linguistici che ammiccano continuamente nella trama suggerendo versi e pensieri. Sulla sfondo delle tante vicende narrate, la Schioma, l’indolenza meridionale, accidia per i medievali, che penetra nella ossa, tra le meningi a dissolvere qualsiasi possibilità di riscatto.

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