
CI SI VEDE AD ARNESANO GIOVEDì.
Mentre scartavetrava gli occhi sulla superficie irregolare dei versi, la vista riposò per un istante da fotogramma risalendo sulle gambe di una porno diva, affacciata sulla copertina di un mensile da edicola da semoforo. Chi aveva scordato quella piacevole sfacciataggine patinata sul mobiletto, celata e ammiccante tra pagine porose di diritto e storia dell’arte? Pelle come di creta, terracotta di carne, la donna sorrideva come seduta sul ramo dell’albero del pomo proibito ...ciao Nunzio! Se mi segui potrai disobbedire a Dio per un attimo... Oh, beh! La vocina della donna non è cosa da riportare qui e la colpa è del Nunzio che ogni volta che meditava intorno a qualche schifezza ci doveva appiccicare attorno, come una cornice fuori luogo, una qualche elevata prospettiva filosofica. Nè mi costringerai, mio noioso amico che ascolti senza mai dire nulla, nè mi lusingherai a raccontare che cosa fece il Nunzio una volta che la sirena patinata, tra megalitici scogli di libri universitari, gli sussurrò nell’orecchio dolci note che gli molcevano le profondità pruriginose dell’animo. La telecamera scivola via dal piano americano sulla schiena del Nunzio, una porta si chiude, click, un sassofono esplode dolcemente e l’immagine si ferma su un camino che serba dei grossi tronchi che ardono.
Tra accidia e pigrizia, vita da Sud.
Bianca come la schiuma che sopra il mare spuma, gialla come il liquore che Strega le parole, rosa come un romanzo di poca cosa. Parafrasare Capossela è fotografare in uno scatto "Schioma", romanzo salentino che si dipana tra versi "bodiniani" e refrain "caposseliani", esordio letterario di Antonio Pagliara, "geniaccio" di Tuglie, disoccupato alle prese con la Siss. Dopo tre anni in Colombia e uno in Iran a insegnare letteratura italiana, "quando tornai al mio paese nel Sud / io mi sentivo morire" e, forse assalito dalla schioma, come per scrollarsela di dosso, ne ha fatto un romanzo. Unico modo per non farsi sopraffare, come accadde invece allo studioso tedesco Schultz che, analizzato lo sguano e pagate le conseguenze, avviò le ricerche sulla diffusa patologia salentina detta schioma dalle parti di Gallipoli, finendo vittima dei suoi stessi studi. Ma cos'è la schioma, questo male che attanaglia salentini e forestieri di passaggio nella penisola, che in italiano non ha un lemma requalmente analogo? È un misto d'accidia, pigrizia, torpore, apatia. Filtro di giorni immobili, fin dal mattino accompagna giovani vite riconoscibili, specchiate, maledette, svelate con scrittura incalzante che manipola ad arte digressioni letterarie ricercate e i vabbò, gli esaggerato, il dialetto nostrano e lo slang di Pascali Oxoforde, negli episodi che si frantumano in dissolvenze incrociate o in nero. Storie di provincia, curiti degli anziani di Cogliano, quotidianità universitaria a Lecce caput mundi, mentre s'affacciano a questo narrare lu municeddhu, i peperoni alla salentina, storie di fattucchiere e proverbi della saggezza popolare. Evocazioni di vita, il Nunzio e Mino, coinquilini al terzo piano d'un palazzo nel centro storico, a due passi da "lu Linu", mescitore di vino buono e nero. Il Nunzio, studente di giurisprudenza per volere del pater e benestare della signora madre imperatrice, rinvia lo studio del diritto per seguire letteratura e far feste con gli amici, tra Sandra e Alexine mentre l'estate si colora delle imprese del fratello Antonio e della solita compagnia, in cui emerge Nanni, disgraziato figlio di mesciu dei. E qui la storia prende una piega noir. gli inseguimenti per sguariu allo scemo del paese, ai passanti, a cani e gatti, si trasformano in azioni delinquenti, e i morti non scuotono le coscienze di questa gioventù senza valori. E poi c'è Mino, studente di lettere, perso di Carla, amico di anarchi e filosofessi incollati sui gradini dell'ateneo, all'ombra dell'altisonante Arco di Trionfo per la venuta di Carlo V, caduto in bocca ai pettegolezzi di sua maestà la Storia che la Lecce dall'orgoglio ferito rinominò Porta Napoli, mentre in aula Ferrari riecheggia Bodini. Mino è giocoliere, genio della pantomima, rivoluzionario che contrasta l'apertura del fasfù americano nella piazza storica, rivelatore di misteri dell'architettura leccese per mano di tale Pippi Baroccu, nonché di liscivia bollente. È l'altra metà del "salentino" ferito dalla sua terra, lasciato dalla sua bella dopo una gita di giochi perversi, droga, alcol e volgarità, che abbandona il fardello di questa vita in direzione nord accompagnato da un treno e dall'autunno. E il Nunzio? Irresistibile narrazione salentina, ogni cosa passa e lascia, scivola scivola e va via, come un sorso di buon vino nero, fino a quando la schioma riemerge "dalle profondità del corpo assediandolo... andiamo nel sonno, andiamo a vedere cosa succede".
Marina Greco
Tratto da Quisalento, Luglio 2008